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Napoli vede gli invisibili: arriva per loro la spesa solidale

Dimenticati dalle istituzioni e abbandonati a sé stessi anche ai tempi del Covid19: sono gli invisibili. Spesso si tratta di clandestini privi di permesso di soggiorno o talvolta scaduto provenienti dai paesi africani, scappati alla fame e alla disperazione e non considerati dai decreti governativi per la sussistenza. Qualcuno però li vede ancora, nonostante tutto: a Napoli i volontari delle associazioni Dinamica Odv e Casa del Popolo di Fuorigrotta insieme ai volontari dell' associazione One Voice invece di godersi comodamente la quarantena nelle loro abitazioni si sono infatti messi a lavoro utilizzando i dispositivi di sicurezza e hanno distribuito nella zona di piazza Garibaldi trenta spese solidali proprio agli invisibili. 

A raccontarlo sono gli stessi volontari a Tg News: “Ci siamo preoccupati di raccogliere beni alimentari conformi alla loro cultura come patate, carote, cipolle, tonno, latte, pomodori, piselli ecc. Quando ci hanno visto arrivare con le buste erano meravigliati: quasi non ci credevano che qualcuno potesse considerarli”, racconta con grande emozione Antonio Luongo, volontario di Dinamica Odv e consigliere Ente Idrico Campano. E continua: “Quasi commossi hanno ritirato le buste con molta compostezza e grande dignità rispettando le distanze sanitarie imposte. Donne e bambini, uomini giovani e meno giovani hanno ringraziato chi non li ha fatti sentire invisibili: quella sensazione che ci hanno trasmesso è stata la nostra ricompensa più grande, oltre qualsiasi bene materiale che resterà sempre scolpita nel nostro cuore”.

Anche per Franco Veri, presidente di Dinamica Odv e sempre in prima linea con la solidarietà, si tratta di esperienze difficili da dimenticare: “Ciascuno di loro ha una storia dolorosa alle spalle. Vengono principalmente da Ghana, Senegal, Burkina Faso, Gambia, Nigeria, Costa d’Avorio e fra loro è la normalità essere solidali tanto che si chiamano fratelli. Cosa che noi dovremmo imparare da queste comunità africane”.

Difficile restare indifferenti davanti alle loro storie: “A volte ci siamo trovati a scambiare qualche parola con qualcuno di loro – spiega Gianluca Cavotti, consigliere della X Municipalità e attivista della Casa del Popolo -. Abbiamo ascoltato del duro viaggio per arrivare in Italia passando per i lager libici, subendo violenze di ogni genere durante le lunghe detenzioni, tante donne vittime di stupri di gruppo. Quando riescono ad imbarcarsi sui gommoni o sui famosi barconi della speranza per la traversata del Mediterraneo molti muoiono di stenti oppure di naufragio, e chi sopravvive lo fa portandosi dietro quelle immagini dilanianti.
Arrivati in Italia vengono allocati nei C.P.T. (Centro di Permanenza Temporanea) per il rilascio di un permesso di soggiorno umanitario con scadenza di un anno. Arrivati nel territorio europeo molti non riescono a rinnovare o riconvertire il permesso umanitario e diventano così clandestini, facili prede della malavita organizzata. Nei casi migliori diventano mano d’opera a basso costo nei campi di frutta e ortaggi oppure impiegati nella edilizia abusiva, sui distributori di benzina: questi sono i più fortunati fra loro, scappati dall’incubo delle loro terre”.

Occhi pieni di disperazione, parole piene di lacrime quelle degli invisibili. Speravano solo nella salvezza, nell'abbraccio della grande mamma Italia, eppure vivono in condizioni che nessun italiano si augurerebbe. Pur di sopravvivere lontano dai disastri dei loro paesi di origine si accontentano davvero di poco e ringraziano di aver avuto una possibilità, nonostante qui vengano a volte privati di ogni forma di rispetto, con tanti italiani non li vogliono per la sola colpa di essere nati lontano dal benessere a cui noi siamo fin troppo abituati.



Ora l’emergenza coronavirus ha lasciato queste persone senza la loro già precaria occupazione abituale, sottopagata da caporali senza scrupoli. Impossibile anche il distanziamento sociale per loro: sono spesso costretti a vivere in abitazioni anguste sovraffollate oppure nei ghetti di Castelvolturno e della provincia, che per loro, per la loro esperienza, rappresentano un gran lusso.




Ma i napoletani non vogliono chiudere gli occhi, almeno non tutti: “Grazie alle donazioni da parte degli orti sociali di patate, cipolle, carote e grazie alle beneficenze economiche abbiamo potuto acquistare pasta riso, passate di pomodoro e latte”, raccontano anche Tanor Diakhate e Giuseppina Romano, volontari dell’associazione One Voice.


Per qualcuno tuttavia è una missione di vita, e scelgono di non dimenticare nessuno: “Da sempre le nostre associazioni sono vicino agli ultimi nel principio della piena solidarietà affinché nessuno resti indietro”, tiene a sottolineare Antonio Luongo. Quelle scelte quotidiane che fanno la differenza fra gli esseri umani, quelle che portano ancora speranza.
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